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L'uomo nobilita il lavoro

Letto 514 volte Ultima modifica il Martedì, 31 Gennaio 2017 13:08

Oggi, al corso per operatori e-commerce della Cnos di Alessandria, nel quale ho l'onore e la fortuna di essere tra i formatori, ho chiesto ai corsisti di sottoporsi ad un piccolo esperimento: ciascuno ha scritto un post per blog su un tema assegnato a caso tra quelli suggeriti dai corsisti stessi. Per via di quello spirito di giustizia e democrazia al quale di tanto in tanto accondiscendo pur di sentirmi parte della comunità civile, io stesso mi sono sottoposto all'esperimento. Mi è stato assegnato il delicato tema della disoccupazione*.

A scrivere di disoccupazione il rischio è sempre quello di cadere nella tentazione di un’asettica relazione di dati statistici, tendenze macroeconomiche, analisi sociali.
Ci si dimentica facilmente delle persone.
E anche questa dimenticanza, sebbene non voluta, è la naturale conseguenza di un sistema valoriale tipico di una società liberale che affonda le sue radici in una lettura interpretativa, tutto sommato parziale o parzialmente scorretta, del pensiero calvinista, dalla quale discende che il lavoro esaurisce ciò che siamo nella nostra esistenza.
Conta ciò che facciamo, non ciò che siamo.

In tal contesto di riferimento si scontrano due movimenti opposti:

- lo scoraggiamento di chi un lavoro lo cerca, e non riesce a trovare da sé nella sua dignità di persona le motivazioni a reagire alle crescenti difficoltà occupazionali;
- l’espunzione del disoccupato dalla realtà comunitaria in quanto non gli è attribuibile un ruolo all’interno della stessa.

Occorre rompere anzitutto un paradigma che occupa la forma mentis d'età contemporanea, affinché si possa addivenire a soluzioni diverse da quelle finora prospettate; con Marx o con buona pace sua, l'equazione economia/struttura radicalizza il paradigma e aumenta la distanza. Gli preferisco un pensiero altrettanto forte, come quello del ritorno alla centralità della persona e alla persona come elemento vitale di una comunità.
“Tutta la grandezza del lavoro è dentro l’uomo” disse una volta Giovanni Paolo II.
E più prosaicamente e umilmente noi scriviamo: non è il lavoro che nobilita l’uomo ma l’uomo che nobilita il lavoro.
Fatta propria quest’ottica rovesciata, per quanto siano forti le resistenze endogene ed esogene, troviamo da un lato, motivazioni più profonde e quindi più incisive che ci spingano alla ricerca di un’occupazione guardando a questa come a un completamento della nostra esistenza, in una prospettiva di servizio anziché di necessaria schiavitù, e dall’altro, un senso comunitario davvero inclusivo e solidale che dovrebbe essere il punto fermo delle politiche del lavoro messe in atto da chi ci governa.

AV

*l'articolo rispecchia esclusivamente le opinioni dell'Autore

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