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Caro Michele ti scrivo

Letto 389 volte Ultima modifica il Mercoledì, 08 Febbraio 2017 12:19

Caro Michele,
ieri al lavoro è stato uno di quei giorni da cancellare.

Solo a fine giornata mi sono messo alla scrivania, e con gli occhi gialli e stanchi ho letto la tua lettera che circolava in Rete.
Mi hai ricordato gli ultimi anni del liceo, di quando io e un manipolo di sfrontati pensavamo che il mondo sarebbe stato nostro di lì a poco: con le nostre regole, le nostre certezze, le nostre capacità e non sarebbe servito nient'altro.
Poi, due aerei si schiantarono su due torri, e quel mondo sparì dal nostro orizzonte senza che ce ne avvedessimo.
Continuammo a pensare di avere il mondo tra le mani finché ciascuno non ebbe il suo giorno in cui quel mondo gli scoppiò tra le mani come una bolla di sapone, e tutto d'improvviso fu più difficile e faticoso di quanto mai avremmo pensato.

Non passa giorno Michele in cui anche io come te, non mi senta tradito: non dalla realtà in quanto tale, ma da quella che credevo fosse, da quella che speravo, da quella che sognavo, da quella che volevo.

Quanta poesia c'è nelle tue parole Michele: sei sensibile e intelligente e hai ragione ancora una volta; esserlo è una iattura, ti fa sentire ancora più solo. Esserlo ti nega il senso delle cose laddove gli ebeti lo trovano.

Mette i brividi la lucidità delle tue parole nel descriverti incapace di imporre la tua essenza ma così determinato a imporre la tua assenza. In questi giorni, anche io sto imponendo una mia assenza: ah no, non quella che hai scelto tu, ma pur sempre un'assenza per non soffrire e forse non far soffrire. E mi chiedo spesso che senso ha: pensi che mi faccia più felice?

Ecco, se proprio ho qualcosa da rimproverarti, è quel tuo sentimento di invidia: lo so che è un sentimento diffuso e comune e umano, ma io proprio non riesco a provarla, mai. Sarà perché, nel tempo, di fronte a questo mondo che non ci è stato consegnato per rispondere a quell'ordine che, come scrivi tu, abbiamo dentro, ho maturato la profonda convinzione che la vita sia un gioco.

Quando mi siedo al tavolo, anche quando mi sembra di avere poche fiches a disposizione, guardo sempre negli occhi chi gioca con me: nessuno è convinto di avere la mano vincente Michele, e allora non conta avere poche fiches, conta saper aspettare la tua mano vincente senza alzarti dal tavolo.

Ieri, che pure è stata una giornata da cancellare, come ti ho appena confidato, la mia vita ha incrociato le intelligenze di un gruppo straordinario di persone; ho incrociato lo sguardo di chi mi ama, una bella ragazza mi ha sfiorato la mano, ho sentito un amico che non sentivo da tempo, ho ricevuto l'abbraccio che ricevo ogni giorno, mia madre ha letto nei miei occhi tristi, mio padre mi ha dato un consiglio pratico sulla vita, mia sorella mi ha parlato del suo lavoro, e al bar, una ragazzina ripassava con un'amica la lezione di filosofia: forse non si ricordava che i sofisti erano deprecabili perché vendevano il sapere per denaro, e forse ha usato a sproposito, un paio di volte, il termine “metafisica”, ma porco giuda se era brava. E mi sono accorto che mi si è allargato il sorriso ascoltandola di soppiatto e mi si è riempito il cuore.
C'è tanto amore attorno Michele, che, a ben vedere, non puoi che amare anche chi quell'amore te lo nega perché non sa cos'è.

Io non ti giudico per il tuo gesto, però cazzo Michè, potevi anche aspettare: forse un giorno per caso ci saremmo incontrati, e avremmo bevuto una birra assieme, e al tavolo di un dehor avremmo fatto un discorso sui massimi sistemi che i talk show se lo sognano, e avremmo seguito con lo sguardo l'ondeggiare di una bella donna per la strada, e ci saremmo scambiati uno sguardo complice e cretino, e forse nel lampo della casualità di questo nostro incontro ti avrei detto: “scusa se ti ho lasciato solo tutto questo tempo”.

AV

 

 

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